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  • venticinquanta

Una filiera Agroalimentare "giusta"

Aggiornamento: 24 ott 2023


In un precedente post abbiamo parlato di Bioregioni e di filiere corte e del fatto che le maggiori organizzazioni mondiali come la FAO, le Nazioni Unite, il World Food Proramme e il UNCDF, sono concordi e spingono affinché le politiche nazionali incentivino l’accorciamento delle filiere, l’adozione di pratiche agricole più sostenibili e l’accesso a cibo più salubre per tutte le popolazioni.


Ma cosa sono le filiere corte? E cosa significa “corto”? E le filiere locali sono la stessa cosa?


Bella domanda.


Spesso “filiera corta” e “filiera locale” vengono usati come sinonimi, ma in realtà ci sono delle differenze importanti che meritano di essere approfondite.


Una filiera locale tipicamente prevede un approccio integrato tra tutti gli attori della filiera, dalla terra alla tavola, in una zona geografica ristretta. Viene anche definita come filiera a KM0.

Filiere locali sono ad esempio i mercati contadini, la vendita diretta in azienda, i Gruppi di Acquisto Solidali (GAS), le Comunità a Supporto dell'Agricoltura (CSA).


Una filiera corta invece fa riferimento ad un ridotto numero di intermediari che intervengono tra la produzione ed il consumatore finale, tipicamente uno solo!


Ok. Detto questo, possiamo anche dire che i due concetti di filiera sono sinonimo di sostenibilità ambientale, sociale, economica o di resilienza?


Purtroppo, no.


Ma per spiegarlo facciamo degli esempi tangibili.


La vendita diretta in azienda è la filiera corta per eccellenza e molti di noi si sono recati almeno una volta nella vita dal proprio agricoltore di fiducia.

Tuttavia quando almeno settimanalmente dobbiamo raggiungere quel produttore, magari in una zona non proprio centrale, sacrificando parte del nostro tempo ad altre attività, e dobbiamo spostarci in macchina, ò ovvio che vi è un enorme spreco di energie (non solo fisiche ma ma anche del mezzo di trasporto) e di emissioni, da moltiplicarsi poi per tutti i produttori che vorremmo poter raggiungere per completare la nostra spesa.

Allora potremmo far ricorso ad un mercato contadino del quartiere oppure ad uno scaffale di prodotti locali del supermercato più vicino, ma se la produzione di quelle filiere locali avviene facendo ampio ricorso a fitofarmaci o a sfruttamento della manodopera , non vi è alcuna garanzia di sostenibilità e tanto meno di effettiva resilienza della filiera.


Ecco dunque che filiere locali e pratiche agricole responsabili dovrebbero coerentemente andare di pari passo.


Ho usato il vocabolo "responsabile" invece di "sostenibile" in quanto quest'ultimo è stato svuotato di molti dei suoi significati da campagne che in comune con il "green" hanno solo il "washing". Riprenderemo meglio in seguito questi concetti.

I GAS - e ancora meglio le CSA - rappresentano un’ottima forma di adozione di filiera locale poiché solitamente si prediligono non solo le filiere locali ma anche produttori che con le loro pratiche si sono guadagnati la loro fiducia. Fiducia che spesso prescinde dalle certificazioni di qualità.


Lo svantaggio dei GAS e dei CSA è purtroppo la difficoltà organizzativa che ne ha impedito un’adozione su vasta scala anche se il loro successo è testimoniato da un recente rapporto SWG (ne parleremo in un secondo momento) .


I Biodistretti ed alcuni Distretti Rurali (in altre zone del mondo vengono chiamate Bio-Regioni o Eco-Regioni) sono un esempio di zone geografiche in cui vengono coinvolti tutti gli attori della filiera e vengono adottate politiche di sostegno alle piccole produzioni e alle filiere locali e sostenibili, integrando cultura, tradizione, rispetto del paesaggio e dell’ambiente, turismo e consumo consapevole e integrazione sociale.


Tuttavia, l’Italia è forse il paese con il maggior numero di eccellenze alimentari al mondo e in molti distretti alimentari è impensabile che tutta la produzione di qualità possa essere consumata localmente.


Quel surplus agroalimentare può e deve essere immesso sul mercato nazionale o estero che sono in grado di sodisfare questa offerta di prodotti tipici.


Tuttavia, se domanda e offerta si incontrano adottando filiere lunghe l’effetto è quello di comprimere i margini delle produzioni agricole, di perdere il controllo sull’intero ciclo di approvvigionamento e di aumentare l’insostenibilità ambientale (aumento di consumi energetici e/o di emissioni climalteranti).


La risposta, quindi, è l’adozione di filiere corte disintermediando l’accesso al mercato anche per le piccole produzioni di qualità e favorire i meccanismi di trasparenza su tutto il ciclo di approvvigionamento.


Il giusto mix di prodotti da agricoltura “responsabile” a filiera corta e a filiera locale consentirebbe a qualunque famiglia di avere sulla propria tavola prodotti freschi e tipici, di qualità, al giusto prezzo ed in grado di soddisfare qualsiasi tipo di dieta, contribuendo al contempo a sostenere il benessere delle comunità di produttori Italiane.


E fin qui abbiamo forse scoperto l'acqua calda direte voi! Il problema e dove trovare questo "giusto mix" nelle nostre città?


Stay tuned.


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